giovedì 29 dicembre 2011

Un'idea di equità: cominciare dal rispetto dei tempi e delle regole

Parlare di equità è ultimamente tornato di moda, ma per invocarla invano, in un appello disperato quando sincero.
Perché, si domandano gli italiani in questi giorni, debbono essere sempre gli stessi a pagare i danni di una crescita insostenibile, degli sprechi di un'amministrazione pubblica inefficiente e di una finanza drogata?
Equità non è un termine tecnico, né rinvia esplicitamente a connotazioni etiche o ideologiche. Una parola antica, che ha talvolta il sapore dell'utopia, sospesa a mezz'aria tra le bocche spalancate e incredule davanti alle ultime notizie del tg, mentre continuano a piovere bastonate sui progetti di vita di migliaia di giovani coppie e di famiglie. Parola amara per designare una grave assenza.
Nel suo articolo sul Manifesto di ieri 28 Dicembre 2011 intitolato "Anatomia del debito", Guido Viale, dopo una lucida e nient'affatto rosea esposizione della situazione economica attuale e delle ancor più nefaste quanto probabili prospettive di fallimento, propone una negoziazione della ristrutturazione del debito, anzi dei debiti, sui quali attualmente lucrano le banche e di cui c'è una parte molto consistente che per ora è nascosta, ma c'è.
Pensare di arrestare la crescita del debito pubblico è una prospettiva irrealistica. Per fronteggiare questa situazione Viale propone "un programma di indagine che dovrebbe vederci impegnati per i prossimi mesi e forse anni; ma con cui è possibile costruire in forme condivise una piattaforma alternativa di governo dell’economia". L'audit del debito, così lo definisce, è l'analisi del modo in cui si forma il debito, ossia di come viene gestita la spesa a partire dai livelli più microscopici, dal funzionamento degli uffici e dei servizi nelle amministrazioni pubbliche. Partendo da un'analisi a questo livello, condotta da un numero il più ampio possibile di persone disponibili a portare alla luce i processi che determinano l'attribuzione di risorse economiche e la gestione delle stesse negli organismi all'interno dei quali operano, dovrebbe essere possibile, attraverso la connessione di queste informazioni, ricostruire a livello macroscopico la reale natura e genesi del debito e formulare una proposta concreta per una riforma della spesa pubblica.
Quando mi sono battuta per l'attuazione del bilancio partecipato da parte dell'Amministrazione Comunale volevo sostenere un primo, timidissimo passo verso un processo di rinegoziazione democratica della gestione della spesa. Ben sapendo in quali difficoltà finanziarie il nostro, come la maggior parte dei Comuni italiani si trovava e si trova, non ho mai sperato di contare su risorse "eccedenti" da regalare generosamente alla gestione diretta dei cittadini, ma per l'appunto di chiedere loro di esprimersi su come spendere le esigue risorse disponibili.
La risposta che mi è arrivata, che potrei riassumere così: "vediamo se ci sono i soldi per fare il bilancio partecipato", è concettualmente sbagliata e dimostra come si sia (ancora) molto lontani dal comprendere l'idea sottostante il bilancio partecipato.
Se penso a ciò che conosco dell'Amministrazione in cui opero, per gli aspetti di cui mi occupo e che non è certo una conoscenza capillare ed esaustiva dei processi di gestione dei vari servizi, mi vengono in mente alcune ragioni per cui le risorse che abbiamo non solo sono insufficienti, ma sono spesso impiegate male.
Una prima ragione è la discrezionalità di alcuni processi decisionali: invece di rifarsi a regolamenti, a procedure codificate, l'Amministratore assegna le risorse in base a criteri che, essendo soggettivi, sono sempre discutibili.
Tale discrezionalità, però, non è sempre e necessariamente una colpa dell'Amministratore. La causa più frequente è che mancano delle regole certe - e dunque anche le relative sanzioni - per poter arrivare alle decisioni in maniera condivisa e soprattutto efficace. Regole? Sì, regole, regolamenti, che non ingessano, e non si ritorcono contro l'operato di nessuno, non fanno perdere tempo anzi lo fanno risparmiare, se scritte bene servono solo a far funzionare tutto a dovere. E a dimostrare che si è agito nell'interesse di tutti, perché le regole per definizione valgono per tutti e sono sempre le stesse.
Un'altra ragione per cui le risorse vengono impiegate male è il mancato rispetto dei tempi, che è spesso causa anche di un aumento dei costi. Si va a rilento, il carico di lavoro è evidentemente gravoso per i dipendenti comunali in perenne carenza di organico ma gli ostacoli più grossi sono rintracciabili nella stagnante attesa di ulteriori disposizioni, nella quale vengono spesso lasciati per settimane. Sul perché queste disposizioni tardino ad arrivare ci sono mille ragioni, alcune di natura oggettiva e non imputabile alla volontà degli Amministratori, altre di natura più "politica" o, se si vuole, "strategica", come erano strategiche le assenze che si facevano a scuola per evitare le interrogazioni quando si era impreparati.
E che dire del carico di lavoro degli Amministratori, dal semplice Consigliere Comunale al Sindaco. Ore ed ore di riunioni, al termine delle quali non c'è traccia della discussione dalla quale riprendere il discorso nell'incontro successivo. Ore e ore spese per la redazione di progetti e proposte che non vedranno mai la luce. Mille idee che schizzano fuori dal vulcano sfavillanti come lapilli incandescenti, la maggior parte delle quali si spengono non appena toccano terra.
Quest'anno il bilancio partecipato resta sulla carta, non una carta qualsiasi ma un regolamento comunale approvato da questa Amministrazione. Non c'è stato tempo, dodici mesi erano pochi. Pazienza. La ragione, forse è anche che a votare nel dicembre 2010 è venuta una manciata di persone e il loro numero non aveva abbastanza peso. Non è una giustificazione, certo, e ho sempre sostenuto che quelle sessantaquattro lodevoli persone dovessero ricevere comunque l'ascolto che meritavano. Ma evidentemente la forza della democrazia sta nei numeri. Non avrei mai voluto arrivare a pensarlo, ma è sempre la stessa storia: tanti bravi a criticare, a dire che l'Amministrazione si chiude nel palazzo e prende le decisioni all'insaputa dei cittadini, poi quando vengono forniti gli strumenti per partecipare pochissimi si fanno avanti. A che cosa è servito snobbare il bilancio partecipato, a farvi sembrare più intelligenti quando criticavate comodamente seduti sulla panchina di fronte al luogo in cui si chiedeva il vostro voto? Non ci credevate perché a sostenerlo non era il vostro partito o il vostro leader pensante al vostro posto? Eccovi accontentati.
Se vogliamo tornare a parlare di equità come corretta, giusta distribuzione delle risorse e delle opportunità, dobbiamo ripartire dall'analisi di ciò che non funziona nella distribuzione delle risorse e formulare delle proposte concrete, anche a livello locale. Toglietevi dalla testa che si possa tornare ai vasi fioriti e ai fasti dell'era passata: l'austerità è sotto gli occhi di tutti e l'Amministrazione Comunale, come tutti gli enti pubblici, deve responsabilmente far quadrare i conti. Ma impiegare le risorse in maniera intelligente è possibile, e un giorno, ne sono certa, volenti o nolenti saremo costretti a farlo.

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